Educhiamoci alla giustizia e alla pace

“Che c’entro io con la pace nel mondo?”. Se è vero che la pace, come la guerra, sono nelle mani di coloro che detengono i grandi poteri politici e finanziari, è altrettanto vero che la cultura della pace o della guerra affonda le sue radici in ciascun membro della società. La parola di Dio afferma chiaramente che i conflitti sociali, le ingiustizie, il disprezzo della vita altrui, le guerre, affondano le loro radici nel cuore dell’uomo. Ognuno di noi ha, per quanto piccola, la sua parte di responsabilità nella costruzione di una società più giusta, solidale e pacifica, per la costruzione di quel regno di Dio che è regno di giustizia, di verità e di pace.Venticinque anni fa il Beato Giovanni Paolo II ebbe una grande intuizione: radunare nella città di s. Francesco d’Assisi i leaders delle religioni mondiali. Un’iniziativa senza precedenti: mai prima di allora, infatti, era accaduto che un Papa stesse in mezzo a leader religiosi (diversi ed eterogenei non solo per abiti, ma anche per cultura, teologie e concezioni della vita), come “uno” tra gli altri. Nel discorso finale davanti alla Basilica di Assisi Woityla disse, anticipando i mea culpa del giubileo del 2000, che i cattolici non erano sempre stati fedeli all’affermazione che la pace porta il nome di Gesù e che non sempre erano stati costruttori di pace, aggiungendo: “per noi stessi quindi, ma anche forse per tutti, questo incontro di Assisi è un atto di penitenza”!
A venticinque anni di distanza questo “incontro” si è ripetuto: Benedetto XVI ha nuovamente riunito ad Assisi i rappresentanti di tutte le religioni il 27 ottobre 2011. Ad Assisi il pontefice ha definito questa nostra società “senza orientamento”. Come, infatti, ha sottolineato il papa, la negazione di Dio (e la perdita di umanità che va di pari passo con l’assenza di Dio), il “no” a Dio produce crudeltà e una violenza senza misura. L’uomo non riconosce più alcuna norma e alcun giudice al di sopra di sé, ma prende come “norma” soltanto se stesso. “L’adorazione di mammona, dell’avere e del potere, si rivela una contro-religione, in cui non conta più l’uomo, ma solo il vantaggio personale. Il desiderio di felicità degenera, ad esempio, in una brama sfrenata e disumana quale si manifesta nella droga con le sue diverse forme. Vi sono i grandi, che con essa fanno i loro affari, e poi i tanti che da essa vengono sedotti e rovinati sia nel corpo che nell’animo. La violenza diventa una cosa normale e minaccia di distruggere la nostra gioventù”. L’assenza di Dio porta al decadimento dell’uomo e dell’umanesimo, l’orientamento dell’uomo verso Dio, vissuto rettamente, è invece “forza di pace”. La pace non è, infatti, semplice assenza di guerra, ma è il frutto dell’ordine che il creatore ha inscritto nella società umana, e deve essere attuato dagli uomini con la ricerca continua di una giustizia sempre più perfetta. La pace è un edificio che deve essere costruito continuamente.
La pace, come dicevamo, non riguarda “solo” i grandi leaders religiosi o i grandi uomini politici della Terra, ma riguarda ciascuna persona nella vita di tutti i giorni. La Gaudium et Spes (cfr. nn 77-89) enumera tra i fattori che costruiscono la pace: il bene delle persone, la libera circolazione delle persone e dei beni, il rispetto della dignità delle persone e dei popoli. Paolo VI ripeteva spesso che “lo sviluppo è il nuovo nome della pace”, lo sviluppo di ogni persona e il tutto della persona, non solo le sue necessità economiche, ma anche la sua realizzazione intellettuale, spirituale e morale. Tutti i cristiani, allora, sono chiamati ad essere “artefici” della pace: la pace è un dono di Dio, che invochiamo come Chiesa universale ogni primo gennaio in occasione della Giornata Mondiale della Pace (e su cui riflettiamo come Azione Cattolica ogni anno durante il Mese della Pace – Gennaio), ma è anche un valore a cui “educarci” continuamente per costruire “ponti” e non “muri”. Nel mondo pluriculturale e plurireligioso in cui viviamo, le nostre identità non possono basarsi sulle contrapposizioni, ma sull’apertura e sulla conoscenza dell’identità degli altri. Come cristiani, dobbiamo affermare con forza che le ingiustizie, le malattie, le guerre, non sono una fatalità: sono piuttosto la conseguenza dei nostri egoismi personali e collettivi, della nostra ignoranza, dei nostri errori non riconosciuti, della nostra incapacità di trarre insegnamento dalle esperienze positive/negative del passato. Noi credenti non crediamo alla fatalità della storia, non crediamo che l’uomo sia fondamentalmente cattivo, ma confidiamo nell’uomo perché sappiamo che Dio gli ha dato un’intelligenza e un cuore, e con il Suo aiuto, l’uomo può essere protagonista di un mondo migliore. L’educazione alla pace comincia nella famiglia e nella scuola, dove fin da bambini s’impara a guardare con benevolenza i compagni e i membri della famiglia stessa, a condividere i beni materiali, culturali e spirituali, ad accogliere chi passa davanti alla porta di casa. La pace coinvolge tutte le facoltà della persona umana e ci spinge a vincere il male col bene (cfr. Rm 12, 17-21). La pace è la via della santità nel quotidiano, perché ci spinge ad essere cristiani coerenti nella vita di ogni giorno.
Ciascuno di noi è chiamato a domandarsi quando “non” edifica la pace… Non costruisco la pace quando: non apprezzo le qualità di chi mi sta attorno, chiedendogli “l’impossibile”; quando le difficoltà degli altri mi lasciano indifferente; non la costruisco quando lavoro per due, con la ragione di compare il superfluo, mentre chi è accanto a me non ha lavoro, né futuro; non la costruisco quando chiudo la porta del mio cuore, quando chiudo le mie mani e la mia bocca per non avere noie; non costruisco la pace, quando rispondo “non ho tempo”; non costruisco la pace quando mi piace farmi vedere in compagnia delle persone che hanno il potere, la ricchezza, la cultura e trascuro chi è piccolo e dimenticato, e il cui nome non comparirà mai sull’agenda di persone importanti. Vogliamo davvero la pace? Impariamo allora a guardare con bontà chi ci sta attorno, ad ascoltare più che a parlare, a far crescere più che a correggere. Facciamo della Preghiera semplice di s. Francesco il “programma” della nostra vita!

Margherita Marchese

Presidente diocesana